7 gennaio 1998

Mi offrì un tè nero, mezz’ora dopo eravamo al piano di sopra. La straordinaria creatura uscita dalla testa di un conoscente comune diveniva abile
giocoliere dei miei osceni pensieri. Frequentò il mio ventre saggiandolo di burrasca emotiva, spaccando le gambe unite da mesi provocò stimolante convergenza di sessi. Mi sembrò come assumere una droga averlo così stretto a me, quelle due sere amore e morte allontanarono ogni paura, assaporai appartenenza feroce di carne alleata ad altra carne. E pensare che c’eravamo sentiti affini trovando un compromesso ad uno di quei complessi discorsi durante i quali ognuno muore dalla voglia di sfoggiare il proprio colto ma pur sempre debole essere. La mia follia fu volerti nell’insenatura dei silenzi, nelle notti adombrate di responsabilità da rimandare al giorno dopo; ho farneticato per te, vagato, disobbedito. Ed eri già troppo lontano. Mi giova ricordarti come l’uomo imperfetto, mi aiuta a non perdermi in te, questo ogni volta che vengo a portarti calle bianche.

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