Attraverso la porta
“A mezzogiorno dobbiamo lasciare la stanza”
E così che Clara, distesa sul letto e ancora con avvolto intorno al seno l’asciugamano, mise fine ad
un claustrofobico silenzio che li aveva ubriacati di angoscia.
Erano le 11.00 circa, nella stanza la luce della mattina aveva preso il posto delle due lampade ad
imitazione barocca applicate ai lati del letto matrimoniale; Andrea sedeva accanto a lei e senza
guardarla negli occhi, sfiorava con devozione la gamba di lei, quella che Clara teneva leggermente
allungata quasi a volergli cingere la vita e che permetteva lui di intravedere la vagina, ancora
umida di doccia recente e di inesauribile desiderio.
“mi ami?” chiese lei comprendendo come la paura di un ennesimo distacco lo avesse reso così
terribilmente silenzioso.
“Inizia la paura…e ti amo” rispose lui allungando garbatamente la mano verso il sesso di lei e
cominciando a massaggiarle la clitoride.
Quel week-end di inizio novembre stava per avere fine, era il nono da quando si erano conosciuti
e l’ennesimo a rappresentare uno spaccato di vita, quella vita che ogni volta si ripromettevano di
condividere insieme, prima possibile. Si erano incontrati casualmente in una stanza, un anomalo
quanto anonimo luogo virtuale e, dopo qualche breve reciproco intervento, non si erano più
lasciati.
Clara aveva scoperto in lui l’essere capace di utilizzare l’ironia in risposta ai momenti oscuri della
sua esistenza, per farla breve, riusciva a farla ridere; Andrea l’aveva percepita come il suo
ambìto e atavico contenitore di angosce.
Fin dai primi incontri reali avevano da subito superato l’imbarazzo che si insinua tra conoscentisconosciuti
virtuali, Clara sentiva che Andrea era l’uomo che aveva sempre desiderato, colui che
per una volta avrebbe appianato i voli pindarici del suo cervello, colui che solo con un gesto quietava le percezioni violente dell’abbandono. Andrea invece, sapeva di trovare un essere
incapace di giudicare i suoi discutibili comportamenti, una donna che sapeva essere
insopportabilmente bambina e madre a seconda delle circostanze. Si amavano per questo, senza
“ma” né “perché”, si amavano in quanto reciprocamente capaci di affidarsi l’uno all’altro,
consapevoli che una perfezione relazionale sarebbe stata più agghiacciate di una compensazione
che non aveva mai avuto bisogno di scendere a compromessi.
Andrea l’amava anche per la capacità di Clara di renderlo unico, desiderabile, il migliore che
avesse mai avuto e perché in fondo sapeva quanto lei fosse abile a dire una bugia per sistemarlo
sul podio a cui ogni uomo coscientemente o meno ambisce.
Si bastavano, erano sufficientemente abbondanti l’uno per l’altro.
L’incanto si spezzava la domenica mattina e cioè ogni volta che il tempo diluito in tutti i modi
possibili finiva; la sensazione che pervadeva Clara era simile all’immagine di una clessidra che
non esaurendo la polvere in essa contenuta, piuttosto si spacca in mille pezzi e sparge il
contenuto nella stanza che li ospita.
Quella stanza di colpo diveniva soffocante, arida e carica di odori incapaci di fuggire dalla
finestra spalancata, ogni parete era segnata da incontrollabile nostalgia.
Si diedero ancora ad entrambi, brevemente, più per rabbia e per dolore, si mescolarono ancora
per fuggire alla separazione incombente che li attendeva appena fuori da quella porta. Era
impossibile accettare sul momento che una porta potesse catapultarli nella dimensione meno
voluta, era insostenibile che questa segnasse il confine di un territorio così comune e così
lontano dai loro desideri. In un anno ne avevano aperto con coraggio altre, le loro anime non
avevano temuto di ospitare luci differenti, questa restava ogni volta la prova più dura.
Alle 11.58 Andrea infilò nel borsone di Clara il cd dei Genesis e spalancò la porta.
Clara fece come per tirarlo dentro ancora per un attimo, lui fece resistenza.
Uscendo posero un’ultima volta lo sguardo verso la stanza che ora pareva meno soffocante e
disponibile al prossimo cliente, proprio come una puttana mai stanca.
“Riusciremo a vederci per i primi di dicembre?” chiese Clara.
“Dobbiamo…”
L’ascensore dalle porte laminate si spalancò di fronte a loro.
Parole e sguardi di memoria terminano alla chiusura delle porte scorrevoli di quest’ultimo.