Blog, marketing e privatizzazioni
Non è necessario un corso di formazione per imparare a vendere un blog. Il presupposto iniziale
è un disturbo dell’umore non diagnosticato, meglio sarebbe un bipolare, buone capacità di
considerarsi travagliati, incompresi, seducenti senza bisogno di mostrarsi fisicamente e con
l’indole di colui che avrebbe voluto frequentare un corso di marketing ed invece si è laureato in
lettere. Chi è magicamente entrato nel meccanismo della blog-comunicazione in quanto mezzo per
farsi apprezzare e non strumento utile per esprimere un pensiero emotivamente condivisibile, ha
imparato a giocare perfettamente con l’immenso popolo di voyeur che ormai nidifica nella rete e
ha ritenuto opportuno caratterizzare il proprio blog da post indiscutibilmente di elevato livello
stilistico e da strabilianti immagini di nudi femminili che ahimé pare siano diventate il nettare
della curiosità esistenziale. Avendo ceduto anch’io al godimento scopico, talvolta mi è capitato di
scoprire che la necessità di essere riconosciuti ed apprezzati passeggia per mano ad un egoismo
sfrenato e alla pretesa di sentirsi gli unici in grado di pubblicare certi pensieri.
Vorrei ricordare a certi signori e signore che la parola non sa che farsene di tanti ornamenti e
soprattutto non è proprietà di nessuno. Le parole si rafforzano attraverso vissuti universali e
singolari per cui non serve manifestare sdegno per presunti defraudati scritti quando quello che
accade ad un individuo sta certamente capitando ad altri. Non a tutti è concesso il privilegio
dell’audace capacità espressiva ma per tutti la parola è e sarà sempre l’unico mezzo per dire chi
siamo oltre i confini del silente corporeo. Permettetemi dunque di chiedervi meno lagne per furti
irreali e più onestà interiore, credo che solo allora quei “Chi sono” su Splinder avranno
veramente un senso.