Ci pensi mai?
Non se ne parlò più dopo quella notte. Provai a convincermi che non sarebbe stata una promessa di matrimonio a suggellare un amore quasi perfetto e al punto in cui ero, non potevo nemmeno sbattergli in faccia i miei fiabeschi desideri; io così socialmente indipendente da inutili convenzioni, così atipica quando si discute di rapporto di coppia. Non potevo ammettere lui che un’unione non riconosciuta rappresentasse un’insidia capace di far scricchiolare la nostra relazione. Oggi mi chiedo ancora se stesse scherzando o se in quella rinuncia apparente, di non assumersi una responsabilità di condivisione, si mascherasse l’incauta volontà di nascondere a se stesso che il legame, costruito insieme, soffrisse di una qualche patologia della dipendenza. Convincendosi di conseguenza che il rifiuto di stipulare “un noi” permettesse in qualsiasi momento di uscire da un rapporto di schiavitù.
Ricordo la sensazione di rabbia e di perdita che mi pervase, affermare di non avere nessuna intenzione di sposarmi era come dire di avere dei progetti dove io ero una comparsa nella sua vita, inserita nelle sue contestualizzazioni. Intanto i miei sacrifici presunti o effettivi non contavano poco più di una rischiosa puntata a poker, io ero quella disposta a cambiare terra, a lasciare la mia famiglia per una convivenza che, quella sera, assunse i colori grigi del dubbio. Che brusca la sensazione di freddo, qualche fotogramma di noi passato al setaccio, un’autoreggente bianca nel cassetto, un brano, qualche camera di albergo dell’Italia girata in lungo e largo, un viaggio in Irlanda mai fatto, l’arredo mai finito di comprare, i nostri abbracci. Non fummo mai se non quella notte in cui ci riappropriammo di un noi struggente che moriva tra le lacrime di un amore corrotto dalle insicurezze.