Grandinate d’estate
Ci vai piano, delicatamente. Appoggi ogni parola al suo viso e cerchi di non immaginarlo troppo. Dovresti scrivere di lui, delle risate che ti suscita e se proprio vuoi raccontarla tutta, anche di quante incazzature riesce a provocarti. Il fatto è che lui insieme al sangue fa ribollire e poi quieta i nervi più tesi; diciamo la verità, lui è un azzardo al tuo ben solido mondo reale, ti emoziona al punto che quel suo essere sfuggente ti guida nell’indefinita stabilità che solo l’alcol può darti. Sì, proprio quel mondo dove tutto gira, dove giri anche tu, sbatti ovunque ma sei felice, di quelle situazioni comiche in cui non vorresti dipendere dall’altro ma sai che non puoi farne a meno. Ormai sei fuori. Non ci sono strategie, la bugia è cancellata dal vocabolario, il compromesso è un osceno insulto al voler essere razionali. E ti prende, ti prende quel lato dell’anima che non ha bisogno di essere scrutato, riempito, addensato di flaccide sensazioni. Ti prende il nucleo dell’esistenza che non teme la perdita, che è privo di spazio e di tempo, che non ha paura di un addio.
Lui ti libera i freni, sei a ruota libera, non c’è necessità di fare considerazioni, è di una semplicità stucchevole, come un’ispirazione che cova nella testa e attende il materiale adeguato. Lui sa di legno di quercia i cui cerchi si avvinghiano ai fianchi, di un blocco di marmo che assumerà ogni forma, di cartapesta e tufo. Lui conosce i colori e regala arcobaleni, se ne infischia del mondo, non riconosce vincoli, è antitesi del tuo essere. E tu così drammaticamente incapace di buttarti nel vuoto, sempre in preda a nevrosi di controllo, stavolta che non puoi prevedere, stavolta che puoi solo abbandonarti, lo fai. Semplicemente pensando a lui.