I.V.G.
L’ultima cosa che ho sentito prima di perdere coscienza era la voce del medico che diceva:
“Le tenga stretta la mano”. Ricordo di essermi addormentata con la mia mano in quella
dell’infermiere. Mi sono sentita rassicurata, di lì in poi ero assuefatta.
L’interruzione della mia gravidanza era iniziata.
Tra le possibili esperienze di questa esistenza non avevo mai messo in elenco che prima o poi mi
sarei ritrovata in una sala operatoria per rinunciare a mio figlio. La parte più dura è stata quella
di venirne a conoscenza: trovare il coraggio di dirlo ai miei genitori, confermare l’ipotesi
(remota) ad Alessandro, riconoscere di avere un problema pratico e uno di coscienza. E così
mentre nel giro di poche ore dal risultato del test mi attivavo per prendere contatti con gli
ospedali della zona, alla mente affiorava la consapevolezza che qualunque argomento riguardasse
questioni morali era comunque un argomento che doveva essere affrontato a mente lucida e
senza l’ausilio di alcuna voce esterna.
Ho impiegato tre giorni a capire che avere un figlio, nel senso di decidere “per la sua vita”
abbracciava necessariamente il concetto di decidere “della sua vita”. Che valore potevano avere i
pregiudizi sociali e la morale cattolica che ti inducono il senso di colpa qualora si decida per
l’aborto se al pari raggiungi la consapevolezza che un figlio lo si rispetta se lo si può mantenere,
se si può garantire lui un percorso di vita degnamente affrontabile.
Io ero ancora troppo figlia per diventare madre, inoltre l’autonomia economica ed emotiva
attuale non mi avrebbe mai permesso di accontentare le esigenze future di mio figlio.
Se a 5 anni mi avesse chiesto il cellulare di ultima generazione non sarebbe certo stato un
problema negarglielo per questioni educative ma al suo bisogno di mangiare, di studiare, chi
avrebbe pensato? Io e il mio compagno? E come? Avere una laurea col massimo dei voti ed
entrambi un lavoro precario non avrebbe mai dato alcuna certezza. E nemmeno fare carico i miei
genitori della sua crescita, perché anche se da parte loro ci sarebbe stato il massimo contributo, non sarebbe stato eticamente corretto, né per lui, né per me.
Non è vero che i giovani italiani preferiscono uscire tardi dal nucleo familiare, è vero invece che
non è permesso loro uscirne con dignità.
Stamani mi sono svegliata serena, certa di aver fatto la scelta migliore. Ho solo diversi ematomi
sul braccio destro, colpa delle vene fragili, mi hanno bucata 4 volte prima di trovarne una che
resistesse. Un buco è proprio in mezzo alla mano, credo che la stretta dell’infermiere servisse a
tamponare la rottura. Un giorno avrò dei figli e con responsabilità.
P.S. A tutte le ragazze che vivono una medesima situazione:
1. Ascoltatevi dentro e non abbiate paura di dello sguardo dell’Altro.
2. Cercate sempre un medico abortista, gli obiettori vi faranno muro ritardando i tempi
burocratici previsti dalla legge e facendovi pressioni che vi confonderanno.
3. Leggete bene cosa dice la legge, se conoscete i vostri diritti sarà più facile affermarli
qualsiasi
sia la scelta.
4. E’ giusto che sappiate che esistono una serie di tutele economiche per donne in difficoltà che
decidono di portare avanti la gravidanza, sappiate anche che non arriveranno mai tutti i soldi
promessi e sarete oggetto spesso del controllo di assistenti sociali.
5. Parlatene se potete con il vostro compagno o con una persona di fiducia ma ricordate sempre
che la scelta è solo vostra.