Insano
Aveva una gran voglia di parlare. Accade spesso, gli emarginati, i tossici, i malati di mente, lei. Aveva un’aria mesta, inappagata, la vita dei suoi figli
l’aveva imbruttita, credo anche la schizofrenia di sua madre. Guardarla con attenzione poteva sembrare un’offesa, ascoltarla invece aiutava a
comprendere che la depressione è anche un dolore che passa attraverso uno sguardo svuotato dai farmaci. I capelli lunghi, scomposti, sporchi e tenuti
fermi da mollette in osso plastificato. Gli occhi separati dall’unica cosa che sembrava avere di bello, il naso arricciato. Poche rughe ma quanto basta per
far dire ad un volto che si sta male più dentro che fuori. Mi racconta logiche storie che sembrano non appartenere a chi ormai obbedisce ai voleri dello
psicofarmaco. Lei è diversa dagli altri, è una donna con i baffi, è vero, ma mentre vuole passarmi i suoi tormenti io riesco a sentire il guizzo di chi non
vuole arrendersi alla morte dell’anima. Le chiedo come trascorre le sue giornate e lei racconta del vuoto e del nulla che l’assopisce. I suoi discorsi
divorano chi ascolta, lei è già consumata, a farle compagnia le poche righe di una rivista di fotoromanzi. Mi dice che non rivolge parola a chiunque,
dentro di me penso che lo squilibrio riconosce altro disequilibrio. Le chiedo del medico che la segue al centro di igiene mentale, una donna, una
psichiatra di cui non commenta l’operato. A me vengono i brividi. Mi riservo di giudicare colei che si ritiene una professionista e che del ricettario ha
fatto il suo metodo di cura. Passa ancora qualche minuto, vorrei ascoltarla ancora, vorrebbe anche lei, me ne accorgo dal respiro basso che la incupisce
quando vede arrivare l’autobus. Deve andare, mi ringrazia, accenna un saluto abbassando di nuovo lo sguardo e ingobbendo le spalle. La guardo andare via appesantita da un mostro incurabile che non so per quanto le permetterà di domandare aiuto.