Morfina
Mi chiedi di astrazioni, le prime alle luci dell’alba. Alcune sono cerchiate di viola come rimmel sbavato, come la sera in cui Sandman si piegò sfinito al suolo e osservammo la morte in faccia.
Ed io ti ho amato nella notizia del telegiornale regionale che parlava del nostro omicidio-suicidio, nelle stelle che scrutavano i baci segreti, nei dubbi imburrati di indigesta melassa.
Ti ho amato perché proiezione di un plurale che attecchiva nel disordine della tua testa e nella pancia del nostro bambino. Stammi lontano, sono annoiata dai miei moti interiori che sibilano frasi incomprensibili. Vattene da me ora che il monologo del mio amore è una contraddizione tra due assiomi che descrivono confusamente l’orbita dell’atomo.
In fondo hai ragione quando dici che sono l’astrazione di un’astrazione dove il contratto sancito dalla nostra pelle è stato stracciato ogni volta che sei stato di un’altra. Stamani ci siamo svegliati ancora distanti, ho pensato che farmi fottere la bocca darebbe pace alla dialettica, in questo luogo del cazzo, tenuto in piedi da un’assenza che mi ammanetta a te.
(e la fede al dito non è un caso)