Pronta al Colpo
Da due settimane sono sotto ultimatum di me stessa.
E quanto ancora…
venerdì 26 marzo 2010 12:50
Non è mia consuetudine permanere in quelle mummificate situazioni che come i pesci iniziano a
puzzare dopo 3 giorni e così dopo un’infinità di giorni trascorsi a pensare a ridicole prospettive
relazionali di cui l’unica certezza pareva essere l’uso costante del condizionale, stamani mi sono
svegliata con la necessità di aderire a quella filosofia di vita il cui perno è rappresentato dal
“nonsense”. Non sono stata illuminata in una sola notte e probabilmente non lo sono ancora, ho
semplicemente raccolto una dose di coraggio (dose di cui vale sempre la pena essere dipendenti!)
e me la sono iniettata. Ho smesso per un momento di cercare spiegazioni logiche e di capire le
situazioni rapportandole solo ed esclusivamente alla mia etica esistenziale. Il nonsense è proprio
questo: porsi una domanda e comprendere che, anche trovando una o molteplici risposte, non si
arriverà mai all’equilibrio delle cose. (Non me ne vogliano coloro che aderiscono a dottrine
orientali per la magra definizione.)
Il bilancio di cui parlavo i giorni scorsi, a questo punto, merita d’essere fatto. Non esiste un
punto di arrivo, esiste solo un frammento di consapevolezza da aggiungere al bagaglio delle
esperienze. Dopo quasi 9 mesi di relazione ho cambiato opinione sul mio uomo circa 5 volte.
Praticamente ogni due mesi ho perso tempo a mettere in discussione lui e non la relazione, mi sono persa nella pretesa di capire ciò che muoveva le sue scelte perdendo di vista quelli che nel
frattempo erano i mattoncini da utilizzare per consolidare la nostra unione.
Un buco nell’acqua.
Avevo una miriade di fotocopie comportamentali da utilizzare per rapportarmi a lui e non mi sono
resa conto che intanto la sua vita proseguiva inseguendo traiettorie oblique il cui traguardo non
era mai rappresentato dalla volontà di far coincidere quello che si esprime con quello che si
mette in pratica. Sono rimasta indietro fino al momento in cui qualcuno non mi ha sbattuto in
faccia la realtà: impasse totale, non voluto, non previsto, deteriorante e vagamente nauseabondo.
In compenso mi sono nutrita di libri, ho comprato casualmente con spinta inconscia quello che 10
anni fa, quando lo vidi esposto nello scaffale della Feltrinelli, non ebbi il coraggio di prendere,
perché allora, non sarei stata in grado di mettere in discussione le scelte etero-deleterie che
per sfida e per indolenza a volte faccio. Secondo l’autrice ci sono donne che almeno una volta
nella vita sperimentano una relazione in cui amano troppo. (Vedi “Donne che amano troppo”- R.
Norwood). Non c’è un nucleo centrale che merita più di un altro d’essere sottolineato, c’è un
sottile scorcio di vita che la Norwood riesce a comunicare con la consapevolezza che chi ha
realmente necessità di rapportarsi ad un uomo deve prima fare i conti con se stessa.
Quanti riferimenti potrebbero essere aggiunti, quante parole ancora andrebbero dette, frasi
per liberarsi di un male che a volte opprime e devia la condizione umana.
Quest’anno è stato anche altro: la cardiopatia di mio padre e le complicanze che per la prima
volta ti insegnano a comprendere quanto un genitore sia importante, il tuo migliore amico che
compra casa e vi si trasferisce con la sua compagna dopo averti confidato che quest’estate ha
avuto il coraggio di andare in analisi perché stavolta non voleva perdere anche lei come era
successo con me, le collaborazioni lavorative e la possibilità di mettere in pratica quello che
conosci meglio, la relazione virtuale con Angelo, il cui corpo ancora mi è sconosciuto e che spesso
mi ha aiutato con la semplicità a sgusciare dalle situazioni ibride, i chili persi senza fatica e la
riscoperta di un’immagine a cui non dover più fare una smorfia, l’hascish fumato e rifiutato come
non accadeva da anni e ancora…la scoperta e riscoperta dei Jetrho Tull le cui sonorità
accompagnano le mattine e il tuo passato recente, l’apertura di un blog per insinuare in una faglia
momentanea ciò che non cessa di esistere e poter reagire con le parole quando si crede di aver
perso tempo.