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Devo recuperare una decina di ore di sonno. Le ho perse in tre giorni di permanenza al seggio
elettorale. Quello che per molti è 5 minuti partecipazione democratica per altri è una full
immersion in scatole di cartone, documenti da firmare anche trecento volte, schede, timbri e
delegati rappresentanti di liste elettorali che ti ronzano intorno. La gente comune è il male
minore, arrivano tutti con un’aria composta ed educata, tra i denti alcuni fanno uscire un “buon
lavoro” che ritengono invece non meriti retribuzione. Domenica sono andata a dormire alle 4.30,
ieri sera alle 2.50 salutavo i finanzieri che hanno presieduto l’asilo e con uno mi scambiavo il numero di telefono. Lo spoglio delle schede è un colpo al cuore: gli italiani votano principalmente
un partito il cui capolista non potrà mai per legge sedersi in Europa e stabiliscono che a
Bruxelles si sieda la Noemi di turno. Ogni scheda IdV è invece la testimonianza che qualcuno
crede ancora in una politica fatta di obiettivi condivisibili. Mi porto a casa tanta stanchezza
fisica ed emotiva, il quadro di un Paese che finge ancora di non aver bisogno di menti giovani e
propositive, di legalità e meritocrazia.
Prima del referendum mi vedrò con l’uomo in divisa, stamattina mi ha chiamata dicendomi che
avrebbe piacere di incontrarmi fuori da quell’ambiente. Ho accettato perché è riuscito a farmi
sorridere come pochi riescono.

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